Ritorno al Futur(ismo): "Al popolo tutte le libertà, tranne quella di essere vigliacchi"

Aggiornato il: ago 10

Correva l'anno 1912, quando le Edizioni Futuriste Poesia pubblicavano a Milano il più famoso dei Manifesti della letteratura italiana. Oggi, a più di un secolo di distanza, vi ripropongo queste parole febbrili e militanti, volte ad eccitare l'orgoglio nazionale e a svegliare i vigliacchi dal loro torpore. Parole magiche, di grande attualità, che alla luce dei questi tempi sfidanti acquisiscono adesso significati completamente nuovi.


11 maggio, 1912. Scrive Filippo Tommaso Marinetti:


Vogliamo che l'Italia appartenga ai giovani italiani, poiché dei giovani, combattendo ora nella Tripolitania conquistata, hanno finalmente rivelato all'Italia la sua coscienza nazionale.

E' sempre stata una questione di Coscienza. Individuale o collettiva, sveglia o dormiente, questa luce che ci portiamo dentro è il bene ultimo dell'Umanità, il suo valore intrinseco

e inestimabile. Un valore che va ben oltre la ricchezza materiale, le intelligenze logiche, la stessa forza di Volontà. E questo perché la Coscienza è quella parte di noi che è e resterà sempre totalmente libera.


Non c'è da meravigliarsi, dunque, che ci sia sempre qualcosa, o qualcuno, che faccia di tutto per metterla in sordina...


I Poeti futuristi volevano che gli Italiani fossero giovani di animo e di corpo, vigili, consapevoli, sempre pronti al combattimento, ovvero a quello smantellamento sistematico di ciò che Marinetti definisce le "sconce eredità delle passate generazioni".


Non siamo, anche noi, chiamati a ribellarci contro questa eredità? Questo disagio dolorante?

Nel corso degli ultimi cento anni, gli Italiani si son fatti nuovamente piccoli piccoli, paurosi, paranoici, infermi. Pronti a barattare le loro libertà con qualche nuova illusione. Felici e contenti di avere tra le mani solo un pugno di mosche.


Allora, cadono come bombe le parole di Marinetti quando dice nel suo Manifesto:


Siano concesse all'individuo e al popolo tutte le libertà, tranne quella di essere vigliacchi.

Toccherà a noi, per primi, al popolo italiano. A quella "razza latina" - per dirla come i Futuristi - che ha il tratto caratteristico della divina intuizione. In questi tempi confusi e altalenanti, in cui ci viene detto tutto e il contrario di tutto, in cui ci viene rubato ciò che non abbiamo più Coscienza di avere, ci toccherà iniziare un atto poetico di guerra.


Lo diceva già Marinetti, sarà vitale:

Ditruggere l'Io, l'intelligenza cauta e guardinga. Afferrare l'essenza a colpi di intuizione.

Sfogliate con me le pagine storiche che seguono.

Perché se è vero che niente sarà più come prima, è anche vero che forse ci stiamo svegliando...


Tra le poesie presenti in questa rivista dell'11 maggio 1912, ce n'è una che mi è parsa di grande bellezza e inequivocabile sincronicità.


Si chiama Apocalisse, è del poeta Libero Altomare.

Da leggere tutta di un fiato, e senza moderazione.

Il futuro è nella poesia.


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