La nostalgia degli Altri, una distanza d'Amore.

Che tempi strani, quelli che stiamo vivendo. Cosa vogliono da noi? Cosa ci chiedono di fare? Eravamo fuori e ci sentivamo vuoti. Ora siamo dentro, e le cose ci invadono con la loro pienezza. Il modo in cui ciascuno di noi fa esperienza della distanza, o meglio delle distanze, è un fenomeno oscuro e assai complesso. Ci dice molto della nostra natura umana e rimette sul piatto della bilancia una questione assoluta: la responsabilità dell'Altro.

Intorno agli anni Sessanta, in America, l'antropologo Edward T. Hall ha condotto un esperimento scientifico con lo scopo di studiare la cosidetta distanza culturale, ovvero il significato che le società attribuiscono al modo di vivere lo spazio abitabile, di gestire il processo comunicativo tra due corpi o di definire l'intimità, in base alle loro specificità etniche e culturali.


Nasceva cosi la prossemica, una vera e propria scienza delle distanze. Da queste ricerche, risulta ad esempio che i popoli nord-europei sono più esigenti in termini di privacy rispetto a quelli mediterranei, oppure che il semplice spostamento di un mobile assume significati più profondi se avviene in una casa giapponese anziché in una americana...


L'approccio "prossemico" mette quindi fortemente in discussione l'idea che tutti gli esseri umani, siccome dotati della stessa fisiologia, - per intenderci di due occhi, due orecchie, due gambe - debbano condividere gli stessi identici mondi sensoriali. La prossemica ci insegna che lo spazio puo' "parlare" di volta in volta lingue diverse, andando a rappresentare tutto un mondo, uno schema di valori.


Ecco perché, ad esempio, è in Italia, e non in Francia o in Cina, che una delle primissime reazioni al confinamento dovuto all'emergenza COVID-19, sia stata quella di ristabilire creativamente il legame sociale, di reinventare la "piazza pubblica" attraverso spontanee iniziative popolari, come i FlashMob al balcone.


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