Inno alla gioia. (Come mi sono liberata dalla mia schiavitù).

Aggiornato il: ago 10

Sono anni che ci giro attorno. Anni che progetto, costruisco e fatalmente distruggo. Sono sempre stata, per me stessa, il più grande sabotatore. Come quella scimmietta che non vede, non sente e non parla, ho vissuto la maggior parte della mia vita mettendo abilmente a tacere i miei profondi desideri.... Fino a che ho detto basta.

La mia storia non ha nulla di straordinario. Se non il fatto di essere di una straordinaria banalità. Sono nata nel Sud Italia, in una famiglia matriarcale in cui le donne sono sempre state tutto, e gli uomini poco e niente.


Da piccola, ho subito capito che da me ci si aspettava molte cose. Prima di tutto, era assolutamente necessario che io facessi il mio dovere. Questo concetto - quest'imperativo categorico "TU DEVI"! - è arrivato a me prima di ogni altra nozione. Fare il proprio dovere significava, in buona sostanza, alleggerire la vita delle altre donne. Delle altre Madri. Perché "essere madre" era un peso, altra nozione che ho presto integrato.


In questo faticoso esercizio del dovere, poi, era importante che io rendessi la mia spiccata sensibilità un po' più tollerabile per il resto famiglia: "non piangere mai, non lamentarti mai, fai il tuo dovere e comportati da adulta."


Cosi, sono diventata la figlia modello. Quella dei film, avete presente? Zero capricci, grandi risultati. Estremamente precoce, la scuola mi è sempre stata troppo facile. Mi annoiavo, certo, ma restavo buona e zitta. Facevo il mio dovere. Voti eccellenti, premi, congratulazioni. I maestri mi fanno passare dei test psico-attitudinali, a quanto pare sono una "bambina prodigio"... Cosa vuoi fare da grande, mi chiedono? E tra tutte le piste proposte, io sogno solo di essere libera. Io cerco solo la strada del piacere.


Senza troppo entusiasmo e con scarsa convinzione, termino pero' in tempi da record gli studi universitari. Non mi lamento, non faccio capricci, non ho grilli per la testa. Accumulo titoli, lauree e diplomi. Mi dico che prima finisco, prima mi libero. Ci fosse stata una sola cosa - una sola!- tra tutte quelle che ho fatto o intrapreso, che mi avesse dato un qualche brivido, una qualche emozione! Anche le cose più appassionanti diventano fredde quando passano sotto la lente del dovere.


Gli amori e le amicizie seguono, anch'essi, lo stesso rigido sistema. Non riesco a legarmi a niente e tutte le mie scelte sono dettate da un eccesso di razionalismo che uccide ogni spontaneità. Tornano in mente i moniti della famiglia matriarcale : "Non sposarti mai, non avere figli. Cerca cose concrete e non perdere il tuo tempo in facili sentimentalismi ".

Gli uomini vanno e vengono. Come quelli della mia famiglia, nessuno sa lasciare una traccia. E io dimentico molto in fretta.


Intanto, mi affaccio nel cosiddetto "mondo del lavoro"... un mondo che non mantiene le sue promesse di libertà. Anzi, fa proprio l'esatto contrario, imprigionando il mio corpo e il mio spirito in una schiavitù senza pari. Eppure, ogni esperienza professionale mi fa (ri)scoprire lati di me che credevo estinti, o addirittura inesistenti. Un senso acuto di ribellione contro le ingiustizie, il rovesciamento sistematico di ogni autorità, il bisogno di agire in difesa dei più deboli, di ogni spirito critico e creativo... tutte queste cose si fanno largo dentro me, amplificano la mia Coscienza, modificano sensibilmente il mio approccio alle cose. Io, la generalessa del Dovere, la martire silenziosa del "TU-DEVI"!, divento, poco a poco, il motore chiassoso e inarrestabile di ogni sana rivoluzione!


In più di dieci anni di carriera, ho infatti cambiato azienda quasi una volta all'anno. Dodici mesi sembrava essere il mio limite massimo di tolleranza. Poi, arrivava sempre quel momento in cui non riuscivo più a sottostare a nessuna regola. Trovavo assurdo dover "chiedere il permesso" per viaggiare, ancora più assurdo dovermi giustificare per cinque minuti di ritardo. Mi era insopportabile gestire la mia équipe quando i progetti non mi piacevano più, o quando non ne capivo l'utilità; maledicevo ogni giorno di sciopero dei mezzi, di freddo polare, di mestruazioni dolorose o di fastidiosissimi raffreddori in cui ero comunque costretta a trascinare il mio corpo dolente fino in ufficio. Iniziavo anche a detestare i miei weekend, perché era quello l'unico tempo che potevo finalmente dedicare a me stessa. Ogni contratto a tempo indeterminato mi ammalava di una noia mortale, anch'essa indeterminata.


Burn-out, dicono. Depressione, forse? A Parigi, dove vivo e lavoro, sono tutti depressi. E' quasi un fenomeno di moda. Tutti sull'orlo di una crisi di nervi. "Prendi questa pasticca e non pensarci più", mi dicono i colleghi. Ma io no. Non prendo nessuna pasticca, piuttosto mi dimetto per l'ennesima volta, faccio un viaggio, mollo un fidanzato, cambio il colore dei capelli.


E questo "giochetto" mi ha tenuta in vita per più di dieci anni. Non avevo ancora capito che la mia maledetta noia, come cantava il buon Califano, non andava celata, dissumulata, costretta a "entrare nel sistema" come mi avevano insegnato a fare sin da piccola... ma doveva essere liberata in tutta la sua creatività furente!


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A cosa serve dimettersi da un posto di lavoro, se poi te ne vai a cercare uno tale e quale appena una settimana dopo? A cosa serve avviare tutta una serie di progetti personali se poi non ci credi, o non vai fino in fondo a queste esplorazioni? A cosa serve parlare d'Amore, dedicarci libri e poesie, se poi fuggi dalle relazioni e dagli impegni come fossero la peste?


Ebbene, a questo giro non ci casco. Questa volta ho ascoltato le mie contraddizioni fino alla fine, per arrivare al nocciolo del problema. E qualche scelta l'ho fatta, si: lascio il mio lavoro, ma per creare la mia propria attività. Cambio casa e città, ma per essere più a contatto con la Natura, con la mia sacra ispirazione. Lascio andare i rapporti sterili e vecchi, taglio nuovamente i ponti con le relazioni inutili, ma per costruire autentiche storie d'amore, di passione e di amicizia. Mi libero dal senso di colpa, dalla genealogica tristezza delle donne delle mia famiglia, per diventare un giorno una buona mamma. E apro il mio cuore all'Amore, fidandomi pienamente degli uomini e della loro eccezionale magia.


Lo metto nero su bianco, nel giorno del mio 36° compleanno, perché sia il mio personalissimo manifesto. La mia autentica profezia.


Questo è l'inno alla gioia

di chi dormiva e si è destato.


E' tempo di far prosperare le idee, i talenti,

d'incrociare i destini,

di ricamarci su le vite, i sogni,

di baciare la Fortuna

prima ancora che baci noi.


Spero che questa testimonianza sia di aiuto e di incoraggiamento per tutte quelle persone che ancora esitano, ancora dubitano, ancora vivono all'ombra di loro stesse...


Questo è l'anno giusto per i veri cambiamenti! Che ognuno diventi esattamente cio che è.

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#manifesto #libertà #coscienza #consapevolezza

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© 2019 Elisabetta Giuliani - Poesia & Psicomagia - poesia.psicomagia@gmail.com

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