Scordare o dimenticare? La ginnastica della memoria

La lingua italiana è una lingua ricchissima. Esistono tanti modi per dire la stessa cosa. Li chiamano sinonimi. Io non mi fido dei sinonimi. Per un lettore distratto si tratta giusto di una categoria di parole equivalenti, con uno stesso significato. Quando invece ne hanno uno tutto loro. E ne sono gelose.

La differenza tra i verbi scordare e dimenticare, ad esempio, l'ho capita leggendo Dante. Dimenticare, dal latino "dimentare", vuol dire letteralmente far uscire dalla mente.


Tant'è che il demens, il demente, è colui che è fuori di mente, privo di mente. Dimenticare vuol dire, quindi, allontanare dalla nostra testa, sottrarre al pensiero. Significa separare qualcosa dalla nostra coscienza intellettiva, perderne la cognizione. Se si vuole, il senso. Un processo che avviene, quindi, a livello dell'intelletto, della ragione.


Scordare qualcosa, invece, vuol dire togliersela dal cuore. Dal "cor", l'etimo latino. Se scordiamo qualcosa o qualcuno, è perché lo deponiamo dalla memoria affettiva. Come se lo allontanassimo dall'anima, da ciò che siamo intimamente, dalla nostra storia.


Dante implorava di scordare, non di dimenticare. Tanto forte era la sua pena d'amore.

Dimenticare, scordare, scordarsi...

Ciò vale per ciascuno di noi, credo. Quando qualcosa ci assilla, non vorremo forse levarcela di dosso? Scaricarci il suo peso dal cuore? Non ci accorgiamo, però, che quando si scorda, ci si scorda.


Il verbo "scordare" ha un omonimo. Si scrive nello stesso modo, ma ha tutt'altro significato. Qui l'etimo non è più il "cor", ma la "chorda", lo strumento musicale. Un violino è scordato quando perde la corretta intonazione, l'accordo